Mi sono imbattuto oggi in questo post di Luca De Biase, che vi segnalo per la chiarezza delle idee espresse.
Il post è di fatto una recensione di un libro uscito recentemente sull’economia della conoscenza, ricca di stimoli soprattutto per chi si interroga oggi sul concetto di lavoro culturale o sul lavoro tout court.A quanto dice De Biase, il libro ricostruisce con lucidità i cambiamenti avvenuti nel mondo della produzione e allo stesso tempo l’arretratezza delle categorie con cui il ceto politico analizza il mondo del lavoro.
Usciti fuori dal Novecento, dal secolo delle fabbriche e della produzione fordista, di cui uno dei correlati è stata "l'industria culturale", i parametri per giudicare, riconoscere e inquadrare anche politicamente il lavoro sono di fatto saltati.Come rubricare dentro il concetto di "classe" la schiera di nuovi lavoratori della conoscenza? E come giudicare un universo del lavoro intellettuale diventato, fluido, collaborativo, con ruoli in costante cambiamento (provate a pensare alle parole che da circa 10 anni indicano le nuovi professioni sorte in rete)?
E ancora, ha senso, almeno per i fenomeni che sono registrabili nel web, separare il mondo della produzione di contenuti e idee - se vogliamo rimanere nell’ambito, in buona parta da definire, del “lavoro culturale”- da quello della ricezione?
Proprio il taglio collaborativo delle nuove modalità di produzione dei contenuti – un esempio tra tutti Wikipedia - sempre enunciare una dimensione del lavoro culturale profondamente mutata in cui “nessuno sa tutto, ognuno sa qualcosa e la totalità del sapere risiede nell’umanità.”
Forse il problema non è più neanche tanto discutere se e come questi cambiamenti sono avvenuti, se non altro perché si tratta di dinamiche difficilmente reversibili, quanto piuttosto nel far sì che questi cambiamenti vengano metabolizzati dai “ceti dirigenti”.
E' forse utile allora, nel momento in cui ci si interroga e discute sulla dimensione del lavoro culturale, provare a riportarlo dentro le coordinate degli anni che stiamo vivendo, per elaborare strategie, proposte e soprattutto nuove politiche.

